Quando i colonizzati ascoltano un discorso sulla cultura occidentale,
estraggono il machete o almeno controllano di averlo a portata di mano.
Frantz Fanon
All’interno della scuola sCONFINARE dell’associazione Le Carbet prende vita un laboratorio
permanente di sperimentazione decoloniale.
Il principale scopo sociale dell’associazione Le Carbet è quello di promuovere il diritto alla libera circolazione di ogni essere umano, in ogni luogo e a prescindere dalla motivazione. Le limitazioni alla libera circolazione sono sempre più uno strumento di colonizzazione ed il confine è uno delle espressioni più violente del potere coloniale.
Su queste premesse nasce il laboratorio permanente di sperimentazione decoloniale, uno spazio di confine, all’incrocio tra linguaggi, strumenti e pratiche che ha l’obiettivo di costruire una riflessione continua intorno alla decolonialità e alla intersezionalità come forme di sguardo critico sul presente.
DECOLONIALITA’
“Credo che sia necessario sgomberare la mente individuale e quella collettiva da ogni dubbio: il problema oggi è la colonialità, non solo il colonialismo. I territori — quelli della mente, quelli dell’essere, quelli del potere — vanno quindi decolonializzati, liberati cioè dalla colonialità”.
In Decolonialità e Privilegio, Rachele Borghi descrive la necessità di considerare non solo il
colonialismo, ma la colonialità come luogo ultimo di sedimentazione del potere coloniale.
Se la decolonizzazione è stata un processo di riassestamento dei poteri politici che ha proposto nuove configurazioni di soggiogamento imperialista, la decolonialità si concentra sulla dimensione interna, sul valore simbolico, culturale, sociale, psicologico e antropologico del pensiero coloniale.
La colonialità si sedimenta all’interno delle strutture stesse dell’individuo, si socializza diventando sistema e non scompare con i nuovi assetti politici derivati dai processi di decolonizzazione.
Decolonializzare significa quindi decostruirci in quanto individui consapevoli di essere
profondamente coinvolti all’interno delle strutture simboliche dell’immaginario colonialista che permea il nostro presente, riformulando gli aspetti materiali stessi dello scambio tra soggettività e permettendo alla dimensione neo-coloniale presente di sopravvivere.
INTERSEZIONALITA’
La prospettiva intersezionale adottata all’interno del laboratorio consente di mantenere in relazione i molteplici elementi che costituiscono i margini del potere dell’oppressore, mettendone in luce la natura politica e culturale storicamente determinata: ciò che bell hooks definisce “patriarcato colonialista capitalista suprematista bianco”.
A partire dal riconoscimento degli assi della classe, del genere e della razza — cui si affiancano altre dimensioni quali la sessualità, l’abilità e la provenienza geografica — l’adozione di un approccio intersezionale conduce a una presa di coscienza della complessità e della molteplicità degli elementi che compongono un’identità personale, nonché dell’impossibilità di ricondurli a definizioni univoche e stabili. L’identità si configura, piuttosto, come uno spazio dinamico attraversato da relazioni di potere eterogenee.
Allo stesso tempo, tale prospettiva permette di osservare con maggiore precisione le
interconnessioni e gli assi di alleanza tra i sistemi di oppressione — capitalismo, colonialismo, razzismo e patriarcato — intesi non come strutture isolate, ma come dispositivi interdipendenti che si rafforzano reciprocamente e che costituiscono le principali colonne di sostegno delle forme contemporanee di oppressione. In questo senso, l’intersezionalità non rappresenta soltanto una lente analitica, ma anche una pratica critica capace di orientare percorsi di trasformazione e resistenza.
Il laboratorio permanente di sperimentazione decoloniale nasce, dunque, con l’obiettivo di
configurarsi come uno spazio di decostruzione del nostro stesso immaginario colonialista,
capitalista, suprematista e patriarcale bianco. È proprio nello spazio dell’immaginario che si
collocano la sua attività critica e la sua pratica di decostruzione critica.
L’obiettivo è quello di avviare, quindi, una critica alle costruzioni culturali e sociali che hanno
progressivamente ossificato una visione del mondo gerarchica ed eurocentrica, a partire da una presa di coscienza del nostro stesso posizionamento e dei privilegi che lo attraversano, nonché dei loro effetti sulle modalità di rappresentazione del reale. In questo senso, diventa necessario restituire spazio alla “pluriversalità” del mondo, riconoscendone la molteplicità di prospettive, esperienze e forme di esistenza.
La decolonialità e l’intersezionalità, lette congiuntamente, sollecitano dunque un processo di “bonifica” dell’immaginario, inteso non come atto definitivo ma come pratica critica costante: un esercizio di ri-immaginazione del presente capace di mettere in discussione i dispositivi di potere che lo attraversano e di aprire a possibilità alternative di pensiero e relazione.
Il laboratorio promuoverà e supporterà la ricerca sul pensiero decoloniale e la diffusione dei suoi contenuti attraverso il finanziamento, la promozione della pubblicazione di articoli, progetti, laboratori, sperimentazioni artistiche e riflessioni decoloniali. L’attività di ricerca è volta anche alla sperimentazione, alla pratica e alla contaminazione tra diversi linguaggi di ricerca e artistici.
I lavori che nascono e si sviluppano nell’ambito del laboratorio saranno quindi presentati
all’interno della scuola sCONFINARE, oltre che aperti a forme di collaborazione esterne, con l’obiettivo di creare un dialogo di restituzione fra le soggettività coinvolte nell’attività del laboratorio e l’associazione Le Carbet, nonchè di scambio formativo con la scuola stessa e con la rete di relazioni e alleanze.
I PROGETTI DEL LABORATORIO
Immagini meridiane. Un racconto onirico del presente migratorio.

